Alcuni momenti del nostro 8 marzo

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Colomba Antonietti (1826 – 1849)

220px-23-porzi-antoniettiDa Maria Pia Ercolini, Roma. Percorsi di genere femminile vol. I (Iacobelli Editore, 2013)

Al Gianicolo, tra porta San Pancrazio, le mura Gianicolensi, villa Corsini e il Casino dei Quattro Venti, si è consumato uno dei momenti più drammatici dell’intera difesa della Repubblica Romana e anche 1 ultimo giorno di vita di Colomba.
Dallo stesso Giuseppe Garibaldi possiamo leggere la descrizione della sua eroica morte:

Ma un’altra cosa era accaduta, anche più drammatica della morte di Vecchi qualora fosse stata vera. La stessa palla che lo aveva sotterrato aveva poi battuto nella muraglia, e risaltando all indietro aveva rotto i reni a un giovane soldato; il giovane soldato posto sopra una lettiga, aveva incrociate le mani sul petto, levati gli occhi al cielo, e reso l’estremo fiato.
Nel momento che stavano per portarlo sull’ambulanza, un ufficiale si era precipitato sul cadavere e lo aveva coperto di baci. Quell’ufficiale era Parzio, il giovane soldato era Colomba Antonietti sua moglie, che lo aveva seguito a Velletri, e aveva combattuto al suo fianco il 3 di giugno.

Ma chi era Colomba Antonietti?
La sua breve vita ha avuto tappe memorabili, in uno dei momenti più drammatici del Risorgimento. La sua fu anche una bella storia d’amore; Colomba e Luigi si conobbero giovanissimi, a Foligno; si innamorarono e sposarono contro il parere delle rispettive famiglie che si opponevano per la differenza di ceto sociale.
Si stabilirono a Roma. Luigi fu arrestato per essersi sposato senza l’autorizzazione dei suoi superiori. Colomba visitò il marito tutti i giorni per i tre mesi di prigionia.
Allo scoppio della Prima guerra d indipendenza, Colomba segui il marito per tutta la campagna del 1848 come uno dei suoi soldati. Il parere contrario del colonnello Luigi Masi, vicino a Garibaldi, non riuscì a dissuaderla dal tagliarsi i capelli e dall’indossare l’uniforme per combattere gli austriaci a Vicenza.
Ne Lo assedio di Roma, Francesco Domenico Guerrazzi rievoca l’evento con queste parole:

Aperte le brecce ferve l’opera per metterci riparo, un vero turbine di ferro e di fuoco mulinava su l’area avversa alle brecce francesi, e una moltitudine di cannonate la solcava per seminarvi pur troppo la morte; tu vedevi i Romani brulicare come formiche portando sacca, sassi, e trainando carretti di terra, né i Romani soli, bensì ancora le Romane, e fra queste Colomba Antonietti, che non potendo lasciare solo il marito esposto al pericolo volle a ogni costo parteciparlo e in cotesta vita ella aveva durato due anni, che lo sposo suo accompagnò in tutte le guerre d’Italia, e a Velletri fu vista, precorrendo, incorare i soldati: in quel giorno la supplicarono di là si rimovesse, ed ella sorridendo, «Ma se ci lascio il marito morirei di affanno».

Nel maggio del 1849, nella battaglia di Velletri contro i borbonici, la coppia fu lodata da Garibaldi che, riconosciuta l’identità di Colomba dopo averla creduta un giovinetto, l’accostò alla sua Anita, «anch’essa così tranquilla e così coraggiosa in mezzo al fuoco».
Poi la tragica fine negli ultimi giorni della Repubblica Romana.
Il popolo romano accompagnò il feretro lungo le vie di Roma, coprendolo di rose bianche.

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Il 27 aprile 1849 era stato pubblicato pubblicato questo appello:

Nel momento che un Cittadino offre la vita in servizio della Patria minacciata, le Donne debbono anche esse prestarsi nella misura delle loro forze e dei loro mezzi. Oltre il dovere dell’infondere coraggio nel cuore dei Figli, dei Mariti e dei Fratelli, altra parte spetta pure alle Donne in questi difficili momenti. Non parliamo per ora della preparazione di cartucce e munizioni di ogni genere cui potranno essere più tardi invitate le Donne Romane. Ma già sin d’oggi si è pensato di comporre una Associazione di Donne allo scopo di assistere i feriti e di fornirli di filacce e di biancherie necessarie. Le Donne Romane accorreranno, non v’ha dubbio, con sollecitudine a questo appello fatto in nome della patria carità.

Firmarono il documento Marietta Pisacane, Cristina Trivulzio di Beigioioso, Giulia Bovio Paulucci.
Risposero all’appello molte donne d’ogni sorta. Racconta Cristina:

In una delle mie corse fra un ospedale e l’altro, il mio calesse fu bloccato dalla folla e da un ingorgo di vetture la cui destinazione non mi fu subito evidente […]. Un convoglio formato da carri e altri veicoli, occupava per tutta la sua lunghezza la strada, che mi stava davanti, mentre le finestre delle case erano spalancate e da esse venivano lanciati sulle carrozze materassi, traverse, coperte, camicie, lenzuola e biancheria di ogni tipo al grido di «Viva la Repubblica». Rispondono generosamente anche le donne, circa seimila, che si presentano per assistere i feriti, tra loro ci sono anche povere e prostitute.

La presenza tra le volontarie di alcune prostitute fece sì che dopo la sconfitta tutte furono calunniate dai vincitori e non abbastanza difese dai repubblicani. Cronisti e scrittori d’oltralpe e clericali attaccarono con volgarità l’operato femminile, accusando le infermiere di fare proselitismo tra i feriti francesi con la voluttà e il fascino: Cristina di Beigioioso, definita «splendida per viziosi e
avara coi virtuosi», divenne ironicamente bellejoyeuse o “bella gioia”.
A tutte le critiche moralistiche provenienti dagli opposti schieramenti politici, Cristina risponderà con acume e intelligenza, perfino al papa a cui ricorderà Cristo e la Maddalena. Ma con l’amica Jaubért si confiderà in una difesa appassionata:

Ho visto le più depravate, le più corrotte di tutte, restare inchiodate al capezzale di un moribondo, senza mai abbandonarlo né per mangiare né per dormire, per tre o quattro giorni di fila e altrettante notti: le ho viste adempiere ai compiti più ripugnanti, restare per ore intere curve su piaghe incancrenite da cui emanava un odore infetto; sopportare le grossolanità di quei disgraziati esasperati dalla sofferenza; il tutto senza dar segno né di disgusto né di impazienza.

Forte è stata la partecipazione diretta delle donne, patriote e apolidi nel Risorgimento italiano, volutamente minimizzata dalla cultura corrente, che ne ha ridotto il coraggio e l’impegno in stucchevoli prove d’amore verso padri, mariti, fratelli, figli, come se l’amore fosse una “debolezza femminile”.
Dai libri di storia non si percepisce che le donne amano e pensano, amano e scrivono, amano e curano, amano e combattono, amano e vengono imprigionate, torturate, uccise. Quel che c è di vero è che le donne non smettono di amare con un fucile in mano, né in piedi su una barricata.
L’invisibilità delle protagoniste della Repubblica Romana è il risultato del pensiero misogino che le vuole estranee a ogni partecipazione politica e non una mera dimenticanza. Lo dimostrano fatti comprovati. Anche rispetto al lavoro di cura, tradizionalmente femminile, si esprime condanna quando l’assistenza si colora di attivismo: nell’enciclica Nostis et nobiscum, pronunciata da Pio ix l’8 dicembre del 1849, le donne che curavano con dedizione i feriti e confortavano i morenti, furono giudicate «sfacciate meretrici».
E ancora oggi niente busti per queste donne. Dunque, niente memoria.


Da Marco Lodoli, Nuove Isole (Einaudi, 2014):

Passeggiando al Gianicolo con tutta la città negli occhi, ci ritroviamo ad osservare i busti degli eroi della Repubblica Romana del 1849: facce austere di ragazzi che sembrano uomini, tanti che si sacrificarono in quel lungo assedio, quando Roma si trasformò in una sorta di Fort Alamo e resistette fino all’ impossibile alle truppe francesi chiamate da Pio IX. Erano tutti qui gli spiriti liberi del Risorgimento, Garibaldi e Mazzini, Pisacane e Mameli, Saffi e Armellini, molti morirono in quei giorni e forse meriterebbero un grande sceneggiato popolare, tre o quattro puntate televisive che rinfreschino la memoria a tutti gli italiani: strano che nessuno ci abbia ancora pensato.
E tra tanti busti di uomini c’è anche quello di una donna, Colomba Antonietti, che a vent’anni combattè a fianco del marito e degli altri garibaldini, prima a Velletri, vittoriosamente, e poi nell’ultimo scontro qui al Gianicolo, dove perdette la vita. È la prima sul viale che porta verso il Fontanone, è giovane e bella come tutti gli eroi. A mia figlia ho dato per secondo nome proprio Colomba, per ricordare una donna che ha tanto amato Roma e la libertà.

 

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Simonetta Tosi (1937 – 1984)

simonetta_tosiLa “mia” Simonetta

di Ersilia Bosco

Ho conosciuto Simonetta Tosi (1937-1984) a metà degli anni 70. Ero da tempo impegnata nel lavoro politico con il Comitato di lotta per la casa di Primavalle e mi sono sempre più coinvolta nelle tematiche riguardanti il benessere delle donne. Nel Comitato non sembrava esserci lo spazio adeguato, come se problematiche quali l’interruzione volontaria di gravidanza, la contraccezione, il parto, insomma la salute delle donne, non fossero temi abbastanza politici. Insieme ad altre compagne abbiamo dato vita all’Assemblea delle donne del Consultorio di Primavalle (via Jacobini 6) partecipando poi al Coordinamento dei Consultori romani e costituendo, nel 1979, il Centro Donna Primavalle  per accogliere, confrontarsi e rispondere ai bisogni e ai desideri delle donne del quartiere. Tra le molte e diversificate forme di lotta e di autogestione della salute messe in atto, cito solo i corsi autogestiti sulla contraccezione e l’occupazione – iniziata il 18 ottobre 1978 e durata 21 giorni – della direzione Sanitaria di Villa Verde, struttura pubblica quale reparto distaccato di ostetricia e ginecologia del San Filippo Neri, che a 5 mesi dall’entrata in vigore della legge 194 , non ne garantiva l’applicazione per la presenza di ginecologi obiettori di coscienza.

Convinta che «il personale è politico» (e non che «il privato è pubblico» come giustamente affermato anche recentemente da Emma Bonino) cercavo un modo per dare espressione e forma concreta al vivido desiderio di aiutarmi, e con me aiutare altre donne, a pensare con la propria testa, a prendere decisioni autonome, a fidarci delle personali capacità, riflessioni ed emozioni.

Non è facile trovare un modo per coniugare teoria e prassi, fantasia e realtà. «Vuoi mettere insieme l’acqua e il fuoco…»  mi ripetevo, dubbiosa. L’incontro con Simonetta ha rappresentato per me, e penso anche per altre, l’incarnazione di tale possibilità. Simonetta, una donna minuta dai lunghi capelli lisci come la sua voce pacata, dallo sguardo intenso, attenta ad ascoltare e poco propensa alla chiacchiere. Lei, studiosa e curiosa ricercatrice, ha mostrato che è possibile coniugare rigore e immaginazione, ricerca e rispetto amorevole per l’oggetto della propria indagine, in questo caso il benessere e il corpo delle donne. Simonetta mi ha insegnato che è possibile realizzare l’impossibile o per lo meno che provare a farlo non è roba da matti ma da persone coraggiose.

Si può definire il coraggio diverse maniere, almeno in parte dipendenti dalle circostanze storiche e di contesto. Il coraggio – dal latino cor habeo – che più colpisce l’immaginario è quello delle azioni grandiose, talmente eroiche da apparire quasi disumane. Il coraggio delle donne solitamente è meno appariscente ma sempre molto umano perché si snoda nelle azioni quotidiane, nel tessere con pazienza, punto dopo punto, l’arazzo di desideri e di progetti, pensati nel cuore e sentiti nella mente. E Simonetta Tosi è stata una donna molto coraggiosa. Anche per il modo e il pudore con cui ha affrontato la malattia.

Simonetta ha indicato una possibilità ancora valida, una strada ancora troppo poco praticata.

 

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Da Rita Levi-Montalcini, Senz’olio contro vento (Baldini & Castoldi, 1996)

Senz’olio contro vento è un antico motto marinaresco che esortava ad affrontare con sprezzo del pericolo il mare in burrasca: versare olio attorno alle imbarcazioni mitigava l’effetto delle onde. Nel suo libro così intitolato, Rita Levi Montalcini rievoca le figure di 10 personaggi da lei conosciuti e amati che hanno saputo attraversare con coraggio il mare tempestoso della vita. Uno dei 10 personaggi è Simonetta Tosi, cui si rivolge in seconda persona in un capitolo intitolato Simonetta Tosi: impegno, intensità e coraggio.

 

Sin dal nostro primo incontro ho ammirato in te la donna della nuova generazione, che era riuscita a conciliare la vita professionale con quella di moglie e di madre. Nel modo deciso di prospettare le linee di ricerca che ti proponevi di affrontare, e allo stesso tempo nella femminilità della tua figura così aggraziata, era realizzata la donna quale io sognavo ai tempi della mia giovinezza.
La simpatia che ho provato nei tuoi confronti derivava inoltre dal fatto che vedevo in te la contestatrice del ’68, militante della nuova sinistra: una giovane inserita con uguale impegno e competenza nel mondo della ricerca e in quello sociale.
Quando nel 1972 avevi abbandonato la ricerca che conducevi con successo nel campo dell’immunologia per dedicarti a tempo pieno allo studio della situazione sanitaria femminile, avevi messo in atto in questo settore la stessa serietà e lo stesso rigore che avevano caratterizzato la tua attività scientifica, trasferendoti dal tavolo di laboratorio al servizio dei problemi sociali. […]

Una nuova dimensione di vita nata nel femminismo, contro la scelta lavoro o famiglia, dovere o piacere, che tu sei riuscita a ottenere risvegliando allo stesso tempo le altre donne alla coscienza di se stesse.
Il corpo femminile, le sue energie, le sue malattie, la sua connessione con i sentimenti, erano diventati per te un terreno di indagine nuovo e fertile. La piaga dell’aborto clandestino è stata la prima delle tematiche che tu e le tue compagne avete affrontato.

Via dei Sabelli n. 100

Nel 1974 nel quartiere di San Lorenzo, in via dei Sabelli, tra palazzine di case popolari che portano ancora i segni dei bombardamenti, avevi trovato una piccola sede per aprire un consultorio, autogestito e autofinanziato. Uno scantinato umido, reso vivibile con lavori di ripristino da parte tua e delle tue compagne, arredato con il minimo indispensabile per le visite e le riunioni.
Un giorno alla settimana era dedicato all’incontro con le compagne del Collettivo per l’organizzazione dei viaggi a Londra, in cliniche convenzionate per le donne che dovevano interrompere la gravidanza, dato che in Italia l’aborto era ancora fuorilegge.
In una lettera alle compagne del consultorio di San Lorenzo, scritta nel 1977, avevi criticato duramente la cultura medica ufficiale sollecitando l’esigenza della medicina preventiva e la divulgazione di mezzi tecnici di controllo della salute della donna. Accennavi brevemente alla tua preoccupazione e all’angoscia del dramma che tu stessa vivevi in quel momento.

Care compagne,

domenica scorsa mi sono fatta togliere un nodulo alla mammella «per scrupolo»… aveva segni tutti apparenti di benignità. Lo stesso hanno pensato i due medici che mi hanno visitato. Il primo mi ha detto: «Se vuoi toglierlo vedi tu, è senz’altro benigno, ma per levarti ogni preoccupazione, forse è meglio, così ti tranquillizzi… » Il secondo mi ha detto: «Non è da togliere assolutamente, questa è una mastopatia, fai questa cura e fra un mese è tutto scomparso ». Mi dilungo in questi particolari perché vengono fuori delle cose importanti per tutte noi che riprenderò più avanti.
Comunque mi sono fatta operare perché mi rimaneva il dubbio, anche se questo era secondo loro nullo o quasi. L’esame istologico è risultato: carcinoma intraduttale…
A pensare che la decisione è stata solo mia, c’è da avere paura sapendo a chi è affidata la nostra salute, a quale leggerezza e incompetenza degli esperti andiamo incontro senza saperlo.
Per voi ne viene fuori che di medicina preventiva c’è molto bisogno e che se riuscissimo a riappropriarci di alcune conoscenze e relativi mezzi tecnici la nostra salute sarebbe in mani migliori.
Nel mio caso, se avessi saputo quale era la prevenzione corretta per i tumori al seno avrei fatto qualche esame periodico anche senza sintomi. Mi voglio informare se esistono esami periodici indicativi per prevenire i tumori al seno…
Non posso prevedere quando e se tornerò in circolazione, in quanto lo saprò solo dopo l’intervento. La sopravvivenza a questo tipo di tumore dipende di nuovo da quello che si trova in un’esplorazione più accurata…

 

Dopo l’intervento, la salute di Simonetta Tosi si mantenne buona per altri cinque anni, ma nel 1983 fu colpita da diverse metastasi.
Neppure allora fermò le sua attività, ma quando le riunioni si facevano lunghe e farraginose aveva preso l’abitudine di mettere in guardia: “Guardate che io ho fretta”. Solo gli amici più cari capivano cosa volesse dire.
Si sottopose alla terapia del dolore, provando su se stessa metodi diversi e vivendo in prima persona due drammatici aspetti della malattia: l’inefficacia degli antidolorifici e l’abbandono del malato.
Per questo, ai familiari e agli amici più intimi, raccomandava che non si trascurasse di approfondire il discorso scientifico sul dolore, né di lottare nel campo dei diritti del malato.

Torniamo alle ultime parole che le rivolge Rita Levi Montalcini:

In una tiepida mattina soleggiata, 7 novembre 1984, una folla di giovani donne aspettava il proprio turno per entrare nel consultorio di via dei Sabelli, nel quartiere popolare di San Lorenzo, per darti l’ultimo saluto. Il loro silenzio sarebbe stato gradito da te, cosi schiva da consensi clamorosi e dall’esporti in pubblico, sia pure in difesa dei principi ai quali avevi dedicato la vita.
La bara, per tuo desiderio, era stata collocata nella piccola camera del consultorio fondato e diretto da te per dieci anni, dal 1974 fino a poche settimane prima della tua morte.
A questa camera si accedeva da una scala che portava dall’entrata al seminterrato; sulla parete di fronte all’ingresso era stata appesa una tua grande fotografia. Nel bel viso incorniciato da due bande di capelli scuri lucenti, spartiti nel mezzo, che facevano pensare alle ali di una rondine, spiccavano gli occhi a forma di mandorla dallo sguardo serio e pensieroso. Il mento era appoggiato alla mano lunga e sottile, in un atteggiamento che ti era consueto. Riviveva, nella fotografia, la Simonetta che avevo incontrato per la prima volta nel 1971.

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