Alcuni momenti della camminata notturna del 6 aprile

Quest’anno nella notte del 6 aprile abbiamo raccolto il testimone ideale della fiaccolata commemorativa delle 309 vittime del terremoto dell’Aquila: alle 3:32, ora della scossa più devastante, abbiamo letto alcune testimonianze di quei giorni e ci siamo messi in cammino attraverso una Roma quasi deserta portando parole, cuori e candele attraverso le sue strade e i suoi monumenti (alcuni dei quali portano segni, poco noti, del sisma aquilano del 1349, per esempio sul Colosseo e sulla Colonna di Marco Aurelio a Piazza Colonna) fino ad assistere insieme all’alba dal Gianicolo.

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Ore 3:32, Piazza San Giovanni. Ricordiamo il terremoto dell’Aquila con una storia di presentimenti dalla piccola frazione di Santa Rufina (leggi sotto).

Il testo che segue è tratto dalla trasmissione di Radio 3 Rai Tre Soldi del 20/10/2014: “La ricostruzione, Parco Baleno e altre idee per L’Aquila” (prima puntata):

Santa Rufina.
Era un paesino, un gioiellino, un borghetto.
C’era questo scorcio che era fantastico: c’erano due case qui, e qui un arco a cui seguivano questi altri due coperti dal tavolato che vedi, lì puoi ben vedere che parte del solaio non c’è più, c’erano ancora i vecchi solai… lì addirittura ci sono ancora le tendine alle finestre, dove la gente abitava, qui era tutto abitato… come questi signori qui, che sono tornati e ogni tanto tornano anche se non potrebbero starci in casa purtroppo, ma ogni tanto tornano…

Giorni prima del terremoto…  c’era una temperatura nell’aria… una temperatura strana… proprio un’aria strana.. c’era.
Io passai da mia nonna e le dissi: Oh no’ che dici come stai?
– Eh, bene, si bene, ma qui…
Vidi nonna un po’ preoccupata quel giorno..
–    Oh no’, che hai fatto?
–    Niente…  ma… aesso te lo dico in dialetto: Parapatta non canta.
–    Che dici no’?
Quello che intendeva lei è che l’acqua di Parapatta, una falda in pressione , non si sentiva, perché nella zona dove lei abitava, nella notte in silenzio potevi ascoltare veramente il fruscio dell’acqua sottoterra…
Nonna dice:  io non sento più l’acqua.
Poi uscì fuori al cortile, guardò per aria… sai quello sguardo in cui vedi la saggezza degli anziani, con l’occhio un po’ socchiuso, persi un po’ che sembrano fissare un punto che non è un punto fisico… uno sguardo che va al di là…
–    A mi st’aria non me piace!
–    Perché no’ ?
–    Questa è aria di terremoto.
E questa è una cosa che avvenne due giorni prima del terremoto.
–    Ma che! Ma no! Statte tranquilla, non te preoccupa’..
–    Aesso! Aesso… aesso fa u terremoto. Fa…
Là per là non mi preoccupai, ma comunque mi mise un attimino la pulce nell’orecchio…

Quando arrivò quella maledetta sera del 5 aprile io, memore delle sensazioni, non tanto delle parole ma delle sensazioni che mi aveva trasmesso la nonna, fece la scossa alle 23:30 ma una bella scossa forte, all’una meno un quarto io andai in camera e presi il computer ché lì c’è tutta la mia vita: l’università i progetti… la roba che ho da studiare, altro non mi serviva, presi una coperta e il computer e li misi vicino alla porta di casa, e poi verso le due io avevo questa sensazione di disagio, di pericolo e dissi a mio padre: “Pa’, io vado a dormire in macchina”.
Mio padre si arrabbiò. Perché la casa l’ha costruita mio padre, l’ha progettata mio padre e quella era una mancanza di fiducia e di rispetto nei suoi confronti, quindi… mi trattò male e mi disse: ma cammina, ma dove vai, vattene a letto che fa freddo, ‘ché comunque era aprile era… e io mi misi a letto. Però non riuscivo a dormì e gli dissi: “Pa’, io non ce la faccio e voglio anda’ a dormi’ in macchina”, allora mio padre chiamò mia madre e gli disse:  “Guarda, vai a dormì co’ questa senno non la smette più!”
E quindi la mamma venne a dormire a letto con me.
Io mi allungai ma restò come la sensazione che fossi stata costretta ad aspettare. Perché ero…  so’ stata sveglia fino alle 3 e c’era un silenzio, a raccontarlo ora mi vengono i brividi, molto  particolare perché comunque abiti in campagna, no? Quindi senti il grillo, senti il gufo, la civetta, il cane che abbaia. Ecco alle 3 più o meno cominciò il cane del vicino e abbaiò, ma non era il classico bau, era una lamentela, era un latrare era… questo fino alle 3:32.

Quando è arrivato il terremoto io l’ho sentito proprio da lontano, un frastuono assordante! Quando poi ha cominciato piano piano la scossa, si capiva che non era come la scossa che ha sempre fatto nei giorni passati, era  stata una scossa molto più forte, così mi sono alzata dal letto e ho tentato di prendere l’interruttore delle luce…  quando poi mi sono accorta che accendendo la luce io non comandavo la luce, ‘ché la luce si accendeva e spegnava da sola tanto era forte la scossa… quando poi da sussultoria ha cominciato ad essere ondulatoria e le luci si sono…. dentro casa si è acceso tutto che facendo contatto si è acceso tutto… si sono aperti gli armadi è cominciata a uscire roba, vestiti… una cosa…
Ecco… Io ho trovato giorni, dopo che sono rientrata in casa, ho trovato il mio compito di biologia delle superiori in mezzo al libro di Analisi 1 dell’università, cioè per farti capire, questo che ci sta a fa’ qua? Il compito del terzo superiore stava in mezzo al libro del primo anno di Analisi di ingegneria, cioè in quel momento non ti chiedi neanche il perché… che ti senti talmente tanto piccolo, talmente tanto insignificante che non hai nemmeno la presunzione di chiederti il perché.

Mio padre che è un tecnico veramente con la T maiuscola ha guardato verso… io abito qua vicino, quindi se guardi fuori dalla finestra, qui sotto c’è Roio piano, ha guardato Roio piano e c’erano i lampioni accesi però c’era una enorme nuvola rosa. Mio padre tranquillamente, con molta freddezza, subito dopo il terremoto, verso le 4, mi guardò e mi disse “Io vado a prende nonna perché casa è crollata”, proprio tranquillo lui, non era preoccupato che casa era crollata, né tanto meno che nonna era probabilmente morta o sotto le macerie, perché  lui già sapeva quale era la pasta di nonna, capito?, lui ha dato per assunto che nonna era viva e che casa era crollata, è sceso con la macchina al paese ma dopo 20/30 secondi me lo sono rivisto ritornare.. “Passo per il bosco perché Santa Rufina è crollata”… il paese mio. Con una freddezza, con una cosa.. si è rigirato e ha fatto la strada del bosco. Arrivato giù al paese ha trovato mia nonna in piedi sulle macerie di casa sua con la gonna, la camicia del  vestito a festa e la borsetta con dentro i documenti: lei si era già preparata tutto, ‘ché lei lo sapeva già, da due giorni prima che ti ho detto “Questa è aria di terremoto”, lei già lo sapeva, si era già preparata…
Nonna ci poteva rimanere sotto le macerie… perché la camera di mia nonna è crollata, lei stava in piedi in mezzo alla strada e i vicini di casa gli dicevano “Che stai a fa’ là, vieni qua che se fa un’altra scossa che ti casca l’altra casa addosso!”. Mia nonna disse “Io sto qui perché aspetto mio figlio che mi viene a prendere, perché lei sapeva che  papà stava andando lì a prenderla… cioè una cosa…  per farti capire che… io penso che secondo me la telepatia veramente esiste… cioè mio padre sapeva che mia nonna era viva e mia nonna si è messa lì e sapeva che mio padre sarebbe andato a prenderla…

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Via Merulana

 

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Passaggio al Colosseo

 

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Via dei Fori Imperiali, altre memorie: le Ghost Bikes (“biciclette fantsma”) ricordano i ciclisti uccisi mentre pedalavano in strada.

 

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La colonna di Marco Aurelio presenta uno sfalsamento a circa metà altezza, provocata dal terremoto aquilano del 1349.

 

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Piero ci indica il punto della colonna che testimonia il sisma del 1349.

 

 

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Le nostre candele in Piazza del Pantheon.

 

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Campo dei Fiori: Giordano Bruno ci guarda passare…

 

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Trastevere mai vista così deserta…

 

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Arrivati al Gianicolo ci prepariamo ad ascoltare l’ultima lettura.

 

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Sta per sorgere il sole.

 

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Il testo letto sul Gianicolo, al termine della nostra camminata, è tratto da un articolo pubblicato su Il Capoluogo d’Abruzzo.

L’Aquila, un Vecchio e un Bambino

di Tiziana Pasetti

Se vuoi capire L’Aquila di oggi, se vuoi capirla davvero, devi tornarci dentro, devi guardare e respirare e ascoltare.

Se vuoi capire L’Aquila devi prendere un vecchio e un bambino e devi portarli nel cuore della città cariata e putrefatta.

Uno lo vedrai piangere, sono lacrime di piombo, perdere la propria città è perdere la propria storia, quella intima, quella dei luoghi dove ti rivedi vivere, dove continui a sentire la presenza delle persone che hai amato e che non ci sono più.
Vecchio. È un uomo vecchio quello che ha fatto il sarto per una vita intera. Una bottega piccola, a pochi passi da una delle Porte della città. Con la stoffa e con il filo e con l’ago è cresciuto, più che con il latte. Anche quando gli occhi hanno cominciato a non vedere più, a guidare le sue mani è rimasto l’istinto.
Da quattro anni torna tutti i giorni. Guarda il palazzo, guarda la porta che ha aperto per tutte le mattine della sua vita.
Se gli domandi a cosa stia pensando, non ti risponderanno le parole, ma il lieve gesto delle sue spalle, un lieve movimento della labbra.
Non siamo nati per veder morire quello che crediamo eterno, la fragilità della pietra suona come un paradosso, quel castello, quello, c’era ancora prima di mio padre, e con lui passeggiavo, la domenica, con le braghe corte e il suono delle prime automobili a riempire di magia quei giorni lontani.
Vecchio. È solo un uomo senza età quello che ti dice io ho una speranza. Tornare a riaprire la mia bottega, aspettare sull’uscio i miei clienti e intanto sentire L’Aquila che parla. Quando perdi gli amori della tua vita, una mamma, un papà, una compagna, un figlio, sono i luoghi che poi ti confortano. Il vicolo dove hai rubato il primo bacio, quello dove ti sei nascosto mentre tua madre ti correva dietro con il battipanni in mano, la cantina dove correvi quando c’era il rumore degli aerei che si avvicinava e scoprivi che trattenere il fiato è naturale come respirare.
Vecchio. Sembra dirti se non torno qui tutti i giorni questa città si dissolve, e se si dissolve lei scompare il mio passato, se non rinasce lei muoiono davvero anche tutte le persone che amo.

Andiamo via, ti dice un bambino se provi a portarlo a L’Aquila città che non c’è più. Puzza, andiamocene, ti dirà un bambino se lo porti nei vicoli che stanno marcendo insieme al legno che serve da sostegno alle case sventrate. C’è muffa e umidità e sporcizia. Il Vecchio non le vede, cerca altro, spera. Tu, che tieni la mano del bambino, hai ricordi, hai compassione, in fondo sei cieco anche te.
I nuovi aquilani questa città non l’hanno mai vista. Ci sono quelli che la notte del 6 aprile avevano un’età piccola piccola e ci sono quelli che sono nati dopo. Per loro non c’è un prima che possa addolcire l’orrore di oggi.

È un po’ come quando da piccolo ti portavano a trovare un nonno anzianissimo. Se eri molto educato ti avvicinavi al letto, davi anche un bacino al moribondo, mettevi su un sorriso.

Poi, appena ti mettevano giù e sapevi di non essere guardato, ti pulivi le labbra e speravi che quell’odore nauseabondo non ti restasse addosso, dopo.

Se vuoi capire dove sta andando questa città, parti dalla fine. E cerca di capire, guarda bene, però, se un nuovo inizio è possibile.

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Segnaliamo anche il racconto fotografico gentilmente pubblicato da Fernanda di Mastropaolo.

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